Molte volte la sconfitta bussa alla porta del guerriero

Molte volte la sconfitta bussa alla porta del guerriero. In questi momenti egli rimane in silenzio, non spreca energia con le parole perchè le parole non possono fare niente. E’ meglio usare le forze per resistere e pazientare sapendo che Qualcuno sta guardando. Qualcuno che ha visto l’ingiusta sofferenza e non vi si rassegna.
Questo qualcuno dà al guerriero ciò di cui ha bisogno: IL TEMPO. Prima o poi tutto tornerà a lavorare in suo favore. Un guerriero è saggio,non commenta le sue sconfitte.

Paulo Coelho

Io sono il padrone del mio destino

Io sono il padrone del mio destino

Dal profondo della notte che mi avvolge,
buia come il pozzo più profondo che va da un polo all’altro,
ringrazio qualsiasi Dio possa esistere
per l’indomabile anima mia.

Nella feroce morsa delle circostanze
non mi sono tirato indietro né ho gridato per l’angoscia.
Sotto i colpi d’ascia della sorte
il mio capo è sanguinante, ma indomito.

Oltre questo luogo di collera e lacrime
incombe solo l’Orrore delle ombre,
eppure la minaccia degli anni
mi trova, e mi troverà, senza paura.

Non importa quanto sia stretta la porta,
quanto piena di castighi la vita.
Io sono il padrone del mio destino:
io sono il capitano della mia anima.

Poesia di William Ernest Henley

Coaching sportivo: dalla panchina al campo di gara

coaching sportivo - dalla panchina al campo di gara

Negli sport di squadra chi siede solitamente in panchina aspetta la propria occasione, lo spazio di tempo in cui poter dimostrare le proprie capacità, il proprio talento, in cui sentirsi fino in fondo parte della squadra. Penso al basket o alla pallavolo, in cui l’atleta può entrare o uscire dal campo più volte nella stessa gara. L’ingresso in campo dalla panchina è sempre un momento complesso per l’atleta, le emozioni tendono a prendere il sopravvento se non le si sa gestire. E’ un momento delicato, ancor più delicato rispetto a chi scende in campo fin dall’inizio, facendosi forza del gruppo, della squadra.
Colui il quale entra in corsa viene chiamato ad entrare subito nelle dinamiche, ad interpretare velocemente le situazioni, insomma ad adattarsi all’ambiente in tempi estremamente rapidi. Per costui si presentano subito tre piani principali su cui lavorare:

– il piano fisico: in pochi istanti, a volte secondi, si viene chiamati dalla panchina per entrare sul campo di gara e fisicamente è necessario rispondere in modo repentino. La preparazione atletica effettuata durante le settimane precedenti si mostrerà in tutta la sua spietata freddezza: se ti sei preparato adeguatamente riuscirai ad entrare in partita velocemente e in modo sano; al contrario, se la praparazione non è stata adeguata, entrare in gara sarà difficile e il rischio di infortunio consistente. Altro elemento importante è la consapevolezza del proprio respiro, che ci guida verso il riconoscimento dei nostri sfondi emotivi.

– il piano emotivo: entrare in una gara già in corso, nasconde diversi pericoli dal punto di vista emotivo. Il semplice ingresso in campo può essere vissuto come qualcosa di simile ad un rito tribale di iniziazione: ci si presenta al cospetto dei propri compagni di squadra che potrebbero giudicarci: è davvero così? In un gruppo sano ovviamente no, l’ingresso di un nuovo atleta in campo viene visto come l’invio di forze fresche per aiutare la causa comune. Ma il disturbatore principale è senza dubbio l’ansia, quell’ansia anticipatoria che ci fa vivere male ogni evento, che trasforma il nostro divertimento in una missione di cui liberarsi il prima possibile. Da questo punto di vista è fondamentale conoscere alcune tecniche di rilassamento ed aver costruito un percorso di consapevolezza e gestione dell’ansia. E’ un’attività che parte ben prima del giorno della gara.

– il piano del pensiero: è importante accantonare i pensieri, evitare la cosiddetta ruminazione mentale. Per l’atleta è importante entrare in gara sapendo di saper fare, lasciandosi andare alla propria intelligenza atletica, immettendosi nel cosiddetto stato di flow, uno stato di flusso in cui tutto fluisce nel modo più naturale possibile. Il gesto atletico, se allenato opportunamente nelle settimane precedenti la gara, non necessita di essere controllato dal pensiero razionale durante la gara. Allo stesso modo la concentrazione sarà rivolta solo e unicamente all’interno del campo di gioco, escludendo dal punto di vista sensoriale tutto ciò che accade all’esterno, pur amplificando tutto ciò che accade all’interno del campo di gioco. Percezione aumentata nella realtà di gioco, percezione ridotta o ristretta all’esterno.

Lavorare su tutti e tre questi piani presuppone un piano di allenamento ben organizzato che possa integrare l’allenamento tecnico e tattico con l’allenamento mentale. Nei prossimi articoli tratterò come regolare i tempi per gestire al meglio questo training mix.

Il volo dell’aquila: libertà e relatività

Vorrei condividere questo video che non ha bisogno di molti commenti.
A volte, per capire cosa sia la libertà e come tutto sia veramente relativo, basterebbe cambiare punto di vista.

In questo video, grazie al volo dell’aquila, possiamo capire i concetti di libertà e relatività, da tenere in considerazione nei momenti in cui ci facciamo prendere dalla negatività.

 

Il giusto tempo per il cambiamento

coaching plaza i tempi del cambiamento

Ogni cambiamento, affinchè sia reale e duraturo, richiede un certo tempo, diciamo un tempo fisiologico.

Spesso però ci troviamo a volere il “tutto e subito”, realizziamo che qualcosa nella nostra vita non funziona e pretendiamo di cambiarla dall’oggi al domani.

Da dove arriva questa pretesa? Chi ci ha fatto credere che per cambiare basta l’intenzione? Forse l’ambiente in cui siamo cresciuti, forse il continuo bombardamento mediatico fatto con falsi messaggi, forse una cultura in cui ci viene insegnato a desiderare (atto assolutamente lecito), ma non ci viene insegnato come creare un progetto per realizzare i desideri.
Da qui arrivano le distorsioni che ci fanno avere fretta, la fretta di un cambiamento repentino, indolore, quello che qualcuno chiama il “click”.

Ma allora come possiamo raggiungere un cambiamento reale, duraturo e adatto a noi?
Dobbiamo stabilire un piano di battaglia, definire una progettualità. E se i tempi sono troppo brevi, dobbiamo ripensarlo e riprogettare perchè probabilmente abbiamo trascurato dei passaggi importanti.
Il coach non è un mago, nè una persona dai poteri straordinari: un buon coach è una persona in grado di leggere il cambiamento che vogliamo, ci fa credere nella possibilità di raggiungere un obiettivo basandoci sulle nostre potenzialità, accende la luce sulle nostre risorse di cui spesso ignoriamo l’esistenza e, soprattutto, sa che il cambiamento richiede il giusto tempo.

Navigando su internet troviamo tanta pubblicità del tipo “Cambia la tua vita in un weekend”, “Impara come raggiungere quasiasi obiettivo in un weekend”, e moltissima altra spazzatura. Ciò che siete è il frutto di una vita, magari 30, 40, 50 anni o più. Credete realmente che “il motivatore dei divi”, per quanto possa essere bravo, sia in grado di realizzare il vostro cambiamento, per voi, in 2 giorni? Solo voi potete realizzare il vostro cambiamento, grazie all’impegno costante che avrete. Pensate al vostro primo giorno di scuola: forse non sapevate leggere nè scrivere. Eravate forse in grado di farlo dopo 2 giorni? Speravate in un “click”? No, vi siete impegnati, guidati da un maestro che è partito dalle piccole cose, vi ha fatto sperimentare, sbagliare, riprovare e sbagliare ancora. Solo così, nel tempo, siete arrivati a saper leggere e scrivere come fate ora.
Inseguire il cambiamento rapido, il “weekend della vita” e le tante scorciatoie possibili, è solo un modo per aumentare la nostra sofferenza e minare la fiducia nelle nostre capacità.

Accettare che il cambiamento abbia bisogno del giusto tempo è il primo passo per raggiungerlo davvero.

Ode alla Vita

Ode alla vita

 

 

 

 

 

 

 

Lentamente muore
chi diventa schiavo dell’abitudine,
ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi,
chi non cambia la marcia,
chi non rischia e cambia colore dei vestiti,
chi non parla a chi non conosce.

Muore lentamente chi evita una passione,
chi preferisce il nero su bianco
e i puntini sulle “i”
piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi,
quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso,
quelle che fanno battere il cuore
davanti all’errore e ai sentimenti.

Lentamente muore
chi non capovolge il tavolo,
chi è infelice sul lavoro,
chi non rischia la certezza per l’incertezza per inseguire un sogno,
chi non si permette almeno una volta nella vita, di fuggire ai consigli sensati.

Lentamente muore chi non viaggia,
chi non legge,
chi non ascolta musica,
chi non trova grazia in se stesso.

Muore lentamente chi distrugge l’amor proprio,
chi non si lascia aiutare
chi passa i giorni a lamentarsi
della propria sfortuna o della pioggia incessante.

Lentamente muore
chi abbandona un progetto prima di iniziarlo,
chi non fa domande sugli argomenti che non conosce,
chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.

Evitiamo la morte a piccole dosi,
ricordando sempre che essere vivo
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare.

Soltanto l’ardente pazienza
porterà al raggiungimento
di una splendida felicità.

Ode alla vita di Martha Medeiros (spesso erroneamente attribuita a Pablo Neruda)

Affiancamento generazionale

affiancamento generazionale

Spesso si sente parlare di passaggio generazionale, tema complesso che riguarda principalmente le aziende familiari nella fase in cui i genitori devono passare il controllo dell’azienda ai figli.

Ma il tema che voglio proporre è diverso e riguarda l’affiancamento di generazioni diverse, distanti. Distanti innanzitutto culturalmente: l’artigiano o piccolo imprenditore da un lato e il cosiddetto “nativo digitale” dall’altro.

Chi è il “nativo digitale”? Wikipedia ci dice che “… il nativo digitale (dalla lingua inglese digital native) è una espressione che viene applicata ad una persona che è cresciuta con le tecnologie digitali come i computer, Internet, telefoni cellulari e MP3.” Tradotto, significa che si tratta di giovani per cui la tecnologia è parte integrante della vita, internet è un terreno di assoluto comfort e il mondo globale (o globalizzato) è l’unica geografia che conoscono.

Da una parte abbiamo l’artigiano o piccolo imprenditore, per cui la tecnologia è arrivata in corsa e ci si è dovuto in qualche modo adeguare; ha un bagaglio enorme di conoscenze pratiche, manualità, saperi tramandati e imparati con il duro lavoro. Negli anni il mercato è cambiato e ora può trovarsi in difficoltà.

Dall’altra parte il nativo digitale può avere una cultura specifica non indifferente, titoli di studio corposi ma non ha un lavoro.
Ora, immaginiamo di far parlare queste due generazioni, in modo che possano parlare una lingua comune, nel reciproco rispetto delle peculiarità altrui.

Mettiamoli uno accanto all’altro, in azienda o in laboratorio. Riuscite ad immaginare quali possano essere i risultati di questa fusione culturale? Vorrebbe dire prendere un mestiere, magari antico e proiettarlo nel mondo attuale, quel mondo globale e digitale che spesso crea paura.

Come farlo? Forse se aspettiamo che siano le istituzioni, università e mondo delle associazioni, a muoversi, non ce la faremo mai in tempo. E se fossero gli artigiani o piccoli imprenditori a muoversi per primi? Se fossero i nativi digitali a pensare a questo come un modo per crearsi quel lavoro che spesso non c’è?

La crisi economica è una grande occasione per compiere una rivoluzione culturale.

Imprese in crisi: una via d’uscita è possibile

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L’epoca che stiamo vivendo sta mettendo in luce alcuni problemi che da anni affliggono le nostre imprese.

Errori che negli anni dell’espansione venivano tollerati dall’abbondanza, oggi sono causa di pesanti crisi aziendali.

Albert Einstein espresse questo concetto: “Non possiamo pretendere di risolvere i problemi pensando allo stesso modo di quando li abbiamo creati”.

Questa frase potrebbe sembrare banale, ma nella realtà non lo è.

Chiunque oggi gestisca un’impresa, provi a farsi queste semplici domande:

1. “Su cosa baso le mie scelte?”
2. “Quali compentenze nuove ho appreso e introdotto in azienda?”
3. “Che cosa ho modificato?”

Sono domande piuttosto semplici, le cui risposte spesso sono assai importanti. Provo a trascrivere alcune risposte (reali):

  1. “Su cosa baso le mie scelte?” Sull’esperienza… (Ma non è la stessa esperienza che ti ha portato a questo punto?)
  2. “Quali compentenze nuove ho appreso e introdotto in azienda?” Nessuna, riduco le spese…
  3. “Che cosa ho modificato?” Poco o niente, chi si azzarda a investire in questo periodo?

Torniamo quindi ad Einstein e rileggiamo queste risposte. Per quale motivo la nostra azienda dovrebbe uscire dalla crisi se non facciamo nulla di diverso rispetto a prima?
Spesso l’imprenditore o il manager hanno uno scatto d’orgoglio che fa dire loro che se ce l’hanno sempre fatta vuol dire che possono farcela anche questa volta.

E’ il caso di considerare alcuni cambiamenti avvenuti: qualche anno fa la competizione era minore, il mondo era meno globale, il mercato sembrava avere spazio per tutti.
Oggi la situazione è ben diversa, la concorrenza è agguerrita, la globalizzazione ha abbattuto i confini commerciali del mondo, internet ha rivoluzionato il comportamento dei consumatori.

Che tu abbia la responsabilità di una grande azienda o di un piccolo negozio di quartiere, che tu sia un top manager o un libero professionista, oggi devi cambiare insieme alla realtà che ti circonda, non c’è altra via d’uscita. Il cambiamento è alla portata, di tutti quelli che tra due anni vorranno guardare il mercato dal campo e non dalla panchina.

Vorrei chiudere offrendo alcuni spunti di riflessione. Si tratta di due check-list: una rivolta all’imprenditore alla guida di una PMI e l’altra al commerciante di città.

CHECK-LIST PMI

  1. Baso le mie scelte su dati oggettivi che non siano solo il fatturato?
  2. Qual è la percentuale di chiusura dei contratti dei miei agenti/commerciali? Il mio personale è preparato e competente?
  3. Il mio personale è motivato?
  4. So dove sarà la mia azienda tra 2 anni?
  5. Qual è l’immagine che la mia azienda trasmette?
  6. Ho creato nuovi prodotti/servizi negli ultimi 18 mesi? Sulla base di quali dati li ho creati? Sto procedendo per tentativi?
  7. Faccio attività di networking?
  8. Io e il mio personale abbiamo una solida conoscenza di almeno una lingua straniera?

CHECK-LIST COMMERCIANTE

  1.  Che prodotti tratta il mio negozio? Baso le mie scelte su dati oggettivi che non siano solo il fatturato?
  2. Quante delle persone che entrano nel mio negozio escono avendo acquistato qualcosa? Il mio personale è preparato e competente?
  3. Il mio personale è motivato? C’è affiatamento? Il clima percepito dal cliente è disteso e piacevole?
  4. So dove sarà il mio negozio tra 2 anni?
  5. Come viene percepito il mio negozio?
  6. Ho introdotto nuovi prodotti/servizi negli ultimi 18 mesi? Sulla base di quali dati li ho introdotti? Sto procedendo per tentativi?
  7. Offro qualcosa di unico ai miei clienti? Hanno un motivo per tornare nel mio punto vendita?
  8. Io e il mio personale conosciamo internet, i social network e l’e-commerce?

Le risposte a queste semplici check-list potranno essere significative. Rileggetele, chiedetevi a che punto della propria vita si trova la vostra attività e decidete dove volete essere tra pochi anni.

In questa fase il coach è una figura di riferimento preziosa per aiutare l’imprenditore a guidare il cambiamento.

OMEGA 3 e depressione

Gli omega 3 dal punto di vista chimico sono acidi grassi polinsaturi con un doppio legame in posizione 3; sono definiti acidi grassi essenziali, composti cioè che il nostro organismo non è in grado di produrre e che deve introdurre con il cibo: quelli di interesse per la fisiologia umana sono l’EPA (acido eicosapentaenoico) e il DHA (acido docosaesaenoico). Il DHA è l’omega-3 maggiormente presente nel sistema nervoso, mentre l’EPA sembra svolgere un ruolo più importante come precursore antinfiammatorio. Gli acidi grassi omega-3 sono coinvolti in molti aspetti della fisiologia neuronale, inclusa la fluidità di membrana, la trasmissione del segnale nervoso, la modulazione dell’attività enzimatica e dell’espressione genica.

Oggi si sente spesso parlare degli effetti benefici di questi Omega 3, quindi è interessante capirne i motivi. Nell’ambito del coaching, utilizzando un approccio olistico, risulta ancora più interessante capire se gli Omega 3 possano influire, come alcuni studi confermano, sull’umore e il contrasto alla depressione.

I primi lavori su ratti e topi risalgono al 1970. Provocando in questi animali una carenza di omega 3, si venivano a creare disturbi del comportamento: iperattività, ipersensibilità allo stress… In quello stesso periodo un numero molto ristretto di psichiatri si è interessato all’uomo, studiando i legami tra carenza di omega 3 e schizofrenia, depressione, o iperattività nel bambino. Così, Donald Rudin ha tentato di curare alcuni pazienti con l’olio di lino (un vero concentrato di acido alfa-linoleico, precursore degli omega 3) [“The major psychoses and neuroses as oméga-3 essential fatty acid deficiency syndrome: substrate pellagra”, D.O.Rudin. Biol. Psychiatry, 16: 837-50. 2001.].

Nel 1998, sulla rivista medico-scientifica indipendente The Lancet, fu pubblicato uno studio in cui si dimostrava che l’incidenza della depressione era meno elevata tra i popoli forti consumatori di pesce (le migliori fonti di omega 3 EPA, acidoeicosapentaenoico, e DHA, acidodocosaesaenoico): giapponesi, coreani, taiwanesi (paragonati per esempio ai tedeschi e ai neozelandesi) [“Fish consumption and major depression”, JR Hibbeln. Lancet, 351: 1213. 1998].

Altri lavori hanno riscontrato un legame tra frequenza minima di depressione e grande consumo di pesce e una migliore composizione di omega 3 EPA e DHA (dosati nel sangue o nelle cellule grasse). Per la Francia, per esempio, nello studio SUVIMAX, il consumo di pesce grasso, misurato all’inizio, è associato a un rischio minimo di episodi depressivi nel corso degli 8 anni presi in esame [“Association of fish and longchain n-3 polyunsatured fatty acid intake with the occurrence of depressive episodes in middle-aged French men and women.”, P. Astorg et al.Prostaglandins LeukotEssent Fatty Acids, 78: 171-82. 2008.].

Nello studio di Bordeaux “desTroiscités”, le persone anziane (75 anni in media) con un alto valore plasmatico di EPA presentano meno sintomi depressivi [Plasma eicosapentaenoic acid is inversely associated with severity of depressivesymptomatology in the ederly: data from the Bordeaux sample of the Three-City Study, C. Féart et al. Am J ClinNutr, 87: 1156. 2008.]. Infine,nel sangue delle persone depresse è spesso riscontrata una diminuzione degli omega 3 (EPA e DHA).

Si è tentato di curare la depressione con gli omega 3?
Sì, ma si tratta di una cosa recente. I primi studi clinici con gruppo controllo (pazienti a cui non venivano somministrati omega 3 in modo da poter fare il confronto) risalgono a 14 anni fa. I risultati sono piuttosto incoraggianti. Tuttavia non è ancora possibile confermare l’effetto antidepressivo degli omega 3 perché questi studi sono stati effettuati su un gruppo ristretto di pazienti, curati contemporaneamente o meno con un farmaco antidepressivo, affetti da diverse patologie (depressione, disturbi bipolari…) e con dosi variabili di omega 3. Tra gli studi in favore di un effetto positivo degli omega 3, si può citare quello diNemets, realizzato su bambini depressi (per i quali la prescrizionedi un farmaco antidepressivo è una questione più delicata) [Omega-3 treatment of childhood depression: a controlled, double-blind pilot study, B. Nemets et al. Am J Psychiatry, 63:1098-100. 2006.], e quello di Jayazeri, su adulti per i quali 1000 mg d’EPA al giorno si sono rivelati efficaci quanto la fluoxetina (Prozac) [Comparison of therapeutic effect of omega-3 EPA and fluoxétine, separately or in combinaison, in major depressive disorder, S Jayazeri et al.Aust New Zealand Psychiatry, 42: 192-8. 2008.].

Un ulteriore recente studio denominato OMEGA-3D, ha preso in considerazione 432 persone depresse reclutate nei centri ospedalieri psichiatrici del Canada. Per 8 settimane, periodo di tempo necessario per valutare l’efficacia di un farmaco antidepressivo, a una parte di queste persone è stato somministrato un placebo, ad altre delle pillole composte da EPA (1050 mg) e DHA (150 mg). L’efficacia viene valutata attraverso questionari sui sintomi (disturbi del sonno, stanchezza, difficoltà di concentrazione, sentimento di tristezza…) compilati dai pazienti e dai medici all’inizio e alla fine dello studio. In questo esperimento i pazienti sono eterogenei, con o senza disturbi associati alla depressione, trattati o meno con farmaci antidepressivi, in cura o meno da uno psicoterapeuta. In totale, il 55% dei pazienti non ansiosi ha riscontrato un miglioramento dei sintomi grazie agli omega 3. Per questo sottogruppo dello studio l’efficacia degli omega 3 è paragonabile a quella di un antidepressivo [The efficacy of omega-3 supplementation for major depression: a randomized controlled trial. F. Lespérance et al. The journal of clinicalpsychiatr, 15 giugno 2010.].

In questo momento non abbiamo la risposta definitiva che ci dica in modo assolutamente certo se gli Omega 3 possano svolgere un ruolo determinante nel contrasto alla depressione, ma abbiamo molte evidenze sperimentali incoraggianti. Per capire l’attenzione che la comunità scientifica sta riservando agli Omega 3 è sufficiente fare una ricerca all’interno della US National Library of Medicine National Institutes of Health (http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed).

Dal mio punto di vista non considero gli Omega 3 come la “soluzione definitiva”, ma ritengo che siano un’utile integrazione, ingrediente che il coach con un approccio olistico dovrebbe tenere in considerazione per sè e per i propri clienti.